Un musicista in crisi creativa, sotto pressione da parte della casa discografica, si rifugia in una villa isolata in Italia per cercare nuova ispirazione. Nella dimora, però, entra in contatto con presenze oscure che lo costringono a confrontarsi con le proprie paure. A trascinarlo in una spirale di ossessioni e follia è una melodia trovata su un misterioso spartito. È la trama di The Nameless Ballad, il nuovo film diretto da Federico Zampaglione, in arrivo nelle sale il 5 novembre.
Un racconto nato dalle paure
Dopo The Well, il regista e frontman dei Tiromancino firma un’opera più intima e personale. Il film sarà presentato in anteprima a Torino, al cinema The Space di Parco Dora, domani, 1° novembre alle 20.30. All’appuntamento saranno presenti Zampaglione e l’attrice Giglia Marra.
Nel nuovo lavoro, l’elemento inquietante non è un quadro maledetto, come accadeva in The Well, ma una musica ossessiva. Per Zampaglione, l’arte è legata alla sofferenza, alla solitudine e alla necessità di scavare dentro di sé. «Quando vai ad alzare i tappeti sotto l’anima il lato oscuro esce fuori per forza», spiega il regista, che riconosce nel film una forte componente autobiografica.
«Ho immagazzinato per una vita intera sensazioni, ansie, paure, aspettative, tante cose che poi non ho mai avuto modo di raccontare veramente», racconta. L’horror, secondo Zampaglione, era il linguaggio più adatto per dare forma a questo bagaglio emotivo accumulato nel corso dei decenni. Stati d’animo, tensioni interiori e paure diventano così metafore narrative, sostenute da un’atmosfera costruita sulla intensità e sull’inquietudine.
Il ruolo di suoni e silenzi
Nel film hanno un ruolo centrale sia i suoni sia le pause. Il silenzio, osserva il musicista, non rappresenta necessariamente una minaccia: può essere riflessivo e favorire nuove idee. Sullo schermo, tuttavia, anche i rumori quasi impercettibili possono trasformarsi in una fonte di tensione. Un ticchettio nel silenzio, spiega, può diventare inquietante quanto un’immagine.
La storia prende spunto anche dalle vicende di altri musicisti conosciuti da Zampaglione, alcuni dei quali hanno avuto un destino più difficile. «Ho raccontato quello che ho visto e vissuto su di me, ma anche quello che hanno vissuto persone più fragili di me e che mi erano molto vicine», afferma. Anche l’epilogo del film, aggiunge, nasce da una situazione reale.
Nel corso dell’intervista il regista riflette inoltre sul rapporto tra finzione e realtà. La violenza che colpisce i bambini, sostiene, supera qualunque rappresentazione cinematografica. L’horror conserva secondo lui un’anima romantica e onirica, mentre la realtà contemporanea mostra spesso un lato dell’essere umano ancora più estremo.
Quanto a Torino, città legata all’immaginario di Dario Argento, Zampaglione la definisce una realtà dark, creativa e dotata di una forte vibrazione. La considera stimolante sia per proiettare film sia per esibirsi in concerto. Non esclude, infine, la possibilità di ambientarvi in futuro un nuovo lavoro: l’architettura della città, dice, «sullo schermo rende benissimo».