Sono migliaia le persone in attesa di una decisione sulla richiesta di protezione internazionale. A Torino, per alcuni richiedenti asilo la prima udienza davanti al tribunale è fissata addirittura al 2033: sette anni di incertezza, durante i quali restano sospese possibilità di lavoro, progetti familiari e libertà di movimento.
Le storie sono diverse. Tra le persone coinvolte ci sono un padre e un figlio fuggiti da un Paese asiatico, dove rischierebbero l’arresto per la religione professata, Yanet, arrivata dalla Colombia dopo essere stata minacciata nel contesto della guerriglia tra narcos e gang, e Lea, partita dal Marocco dopo essere stata venduta a un uomo per evitare un matrimonio combinato.
Il passaggio dalla Commissione al tribunale
Il punto comune è il rigetto della domanda da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Dopo il diniego, la valutazione passa al tribunale, attraverso il ricorso presentato dai legali. Secondo l’avvocato Andrea Giovetti, le Commissioni sarebbero oggi particolarmente rigide nell’esaminare le storie dei richiedenti e respingerebbero spesso richieste che, dopo un’analisi più approfondita, potrebbero evidenziare esigenze di protezione.
In attesa della decisione, chi ottiene la sospensione del provvedimento può restare in Italia, ma vive in una condizione di forte precarietà. Non può uscire dal Paese e incontra difficoltà nel trovare un lavoro stabile, perché il datore non sa per quanto tempo potrà contare sulla sua presenza. Anche acquistare una casa o costruire una famiglia diventa difficile. La lunga attesa, racconta una delle persone coinvolte, alimenta la sensazione di non avere una posizione definita.
Oltre settemila procedimenti in un anno
I dati del tribunale confermano la pressione sulla sezione civile specializzata in protezione internazionale. Tra il 1° gennaio e il 1° settembre 2026 sono arrivati oltre cinquemila procedimenti. La previsione è di chiudere l’anno con circa 7.500 fascicoli. Si tratta di pratiche complesse, che richiedono l’esame di documenti e testimonianze e comportano decisioni destinate a incidere sul futuro dei richiedenti.
A fronte di questo volume, nella sezione lavorano otto magistrati, oltre al presidente. Il carico teorico è quindi di circa 900 procedimenti per giudice ogni anno, una quantità indicata come doppia rispetto a quella ritenuta sostenibile dalle stime del Consiglio superiore della magistratura. Il problema, secondo i legali che seguono i ricorsi, è destinato ad aggravarsi se non arriveranno nuove risorse.
Nel 2025 i fascicoli depositati erano stati nuovamente circa 7.500, ma quelli definiti si erano fermati a 3.235. La parte restante è diventata arretrato. Il confronto con il periodo compreso tra luglio 2018 e giugno 2019 mostra una crescita significativa: allora i procedimenti arrivati erano stati 3.426, circa la metà rispetto ai livelli attuali.
Secondo l’avvocato Alessandro Praticò, dell’Asgi, le Commissioni dispongono oggi di un organico più ampio e riescono a smaltire le pratiche più rapidamente, mentre il tribunale non ha ricevuto risorse sufficienti per sostenere lo stesso ritmo. Il presidente del tribunale di Torino, Modestino Villani, ha già adottato alcuni interventi: dal 2018 la sezione si occupa esclusivamente di immigrazione e tra il 2022 e il 2025 il numero dei giudici è stato raddoppiato. Il carico, tuttavia, resta abnorme e senza nuove assunzioni i tempi delle udienze rischiano di rimanere molto lunghi.