Nella classe prima dell’istituto comprensivo Gabelli, nel quartiere Barriera di Milano a Torino, la maggior parte degli alunni proviene da famiglie con background migratorio. Il maestro Guido Barilla racconta che nel gruppo c’è una sola bambina con entrambi i genitori italiani, mentre tre o quattro bambini appena arrivati non parlano ancora italiano. Il dato si inserisce in un contesto scolastico in cui il 97% degli alunni non ha la cittadinanza italiana, a fronte di una presenza di cittadini italiani stimata intorno al 50% tra gli abitanti del quartiere.
Il fenomeno del cosiddetto white flight
Secondo l’insegnante, la distanza tra la composizione della popolazione e quella delle classi può essere spiegata con il fenomeno del white flight: alcune famiglie evitano di iscrivere i figli nelle scuole di zona quando percepiscono una forte presenza di alunni con origini straniere. Barilla riferisce di vedere ogni mattina bambini residenti nel quartiere dirigersi verso istituti privati o scuole situate altrove, anziché frequentare quella più vicina a casa.
Nel dibattito sulla possibile redistribuzione degli alunni con background migratorio, ipotizzata dal governo Meloni e associata alla proposta di una soglia del 30%, il maestro contesta anzitutto l’uso della definizione di stranieri per bambini che spesso sono nati o cresciuti in Italia. A suo giudizio, spostare gli alunni da una scuola all’altra in base alle percentuali non risolverebbe il problema e rischierebbe di riproporre una separazione organizzata su base territoriale.
Lingua e sostegno alle famiglie
La presenza di bambini che non conoscono l’italiano, spiega Barilla, non blocca lo svolgimento delle lezioni. L’apprendimento della lingua procede insieme alle attività ordinarie: per le comunicazioni di base possono bastare circa venti giorni, mentre per un’interazione consapevole può essere necessario anche un intero anno. Il carico di lavoro per gli insegnanti, però, aumenta sensibilmente e per costruire un gruppo classe pienamente coeso possono servire i primi due anni.
Per il maestro, la questione non dovrebbe essere affrontata fissando soltanto quote numeriche. Il punto decisivo sarebbe rafforzare le scuole delle periferie, rendere visibili le attività proposte e creare condizioni capaci di riportare le famiglie italiane negli istituti del quartiere. Alla Gabelli vengono citati la biblioteca, i laboratori di manualità e i progetti scientifici come strumenti già presenti, ma che richiedono risorse e personale.
Barilla considera utile anche favorire l’apprendimento dell’italiano da parte dei genitori, purché l’intervento non abbia un carattere punitivo. Nella comunicazione quotidiana la scuola ricorre talvolta a genitori che conoscono entrambe le lingue e svolgono informalmente il ruolo di mediatori. Da circa due anni è inoltre attivo un progetto di scambio culturale e linguistico tra insegnanti e madri. L’obiettivo indicato dal docente è migliorare il dialogo con tutte le famiglie e sostenere, attraverso la scuola, l’intero quartiere.