Ordine pubblico

Scontri a Torino, un agente: «Ci disumanizzano per colpirci»

Giovanni analizza aggressioni, cortei e rapporto con gli adolescenti coinvolti nelle proteste.

Scontri a Torino, un agente: «Ci disumanizzano per colpirci»

Torino ha vissuto nelle ultime settimane manifestazioni con una partecipazione ampia e, in alcuni casi, episodi di violenza contro i reparti mobili schierati a tutela dei palazzi istituzionali. Da una parte ci sono studenti e lavoratori scesi in piazza contro il carovita e il riarmo; dall’altra, secondo il racconto degli agenti, frange che hanno lanciato bottiglie di vetro, sanpietrini e altri oggetti pesanti.

Il bilancio citato nel racconto è di 30mila partecipanti alla manifestazione pacifica dello sciopero generale di venerdì e di circa 400 feriti nel 2026 tra manifestanti e agenti, sempre nel capoluogo piemontese. Numeri che restituiscono la distanza tra il dissenso espresso pacificamente e le azioni di chi, durante i cortei, sceglie lo scontro con le forze dell’ordine.

Il racconto di un dirigente

A parlare è Giovanni, nome di fantasia, cinquant’anni e dirigente dei servizi di ordine pubblico. L’agente descrive quello che definisce un clima di disumanizzazione nei confronti della polizia: dietro caschi e scudi, spiega, molti manifestanti non vedrebbero uomini e donne, ma soltanto un simbolo dello Stato da colpire.

«Contro di noi c’è un processo di disumanizzazione», racconta. A suo giudizio, questo meccanismo renderebbe più facile insultare gli agenti e lanciare contro di loro qualsiasi oggetto. Il dirigente distingue però tra chi partecipa a una protesta per ragioni comprensibili e chi, invece, avrebbe come unico obiettivo la violenza. «Le ragioni che spingono le persone a scendere in piazza non sono in discussione», sottolinea, ricordando che il compito della polizia è permettere ai manifestanti pacifici di esprimersi.

Il ruolo dei responsabili dell’ordine pubblico, aggiunge, consiste nel bilanciare diritti diversi: la libertà di manifestare, quella di chi non prende parte ai cortei e la necessità di proteggere l’incolumità di tutti. Per riuscirci, spiega, servono mediazione e confronto. Un rapporto che, secondo la sua esperienza, negli ultimi anni sarebbe diventato più difficile, soprattutto per la presenza di gruppi organizzati e abituati agli scontri.

Il rapporto con i giovani e con la famiglia

Giovanni racconta anche un episodio avvenuto davanti al Politecnico. Uno studente gli avrebbe tirato un calcio agli stinchi, ma dopo aver visto la sua reazione e averlo sentito lamentarsi avrebbe cambiato atteggiamento. Per l’agente, quel momento ha mostrato come il contatto diretto possa incrinare la distanza tra chi indossa una divisa e chi protesta.

La tensione delle piazze ricade anche sulle famiglie degli operatori. La moglie e i figli di Giovanni, ancora adolescenti, si sarebbero trovati a dover affrontare commenti e accuse rivolti agli agenti. In classe, racconta, alcuni compagni del figlio hanno parlato di presunti maltrattamenti durante le manifestazioni. Per ricostruire gli episodi, il padre ha mostrato loro video completi, sostenendo che sui social circolano talvolta immagini tagliate e prive del contesto precedente.

L’agente dice di avere incontrato in piazza anche studenti della scuola frequentata dal figlio. La loro presenza, osserva, non rappresenta un problema: i giovani hanno il diritto di formarsi una coscienza politica. Il consiglio rivolto loro è stato però di mantenersi lontani dalle violenze. Il dirigente riferisce infine di avere visto coinvolti negli scontri anche minorenni, percepiti dagli operatori come coetanei dei propri figli. Proprio per questo, conclude, gli agenti cercano il contatto con i ragazzi, mentre considerano più difficile il rapporto con quelli che definisce i professionisti degli scontri.