Per trent’anni ha raccontato di aver subito insulti, minacce e aggressioni fisiche da parte del marito, in un contesto segnato anche dalla ludopatia dell’uomo e dai debiti familiari. La donna, oggi sessantenne e residente a Torino, ha presentato denuncia il 7 ottobre 2024, dopo due precedenti tentativi non andati a buon fine. La Procura di Ivrea ha però chiesto l’archiviazione del procedimento.
Secondo quanto riferito dalla donna, le prime violenze risalirebbero alla fine degli anni Novanta, già durante la prima gravidanza. Nel corso del matrimonio avrebbe continuato a subire minacce e percosse, mentre lavorava part time come addetta alle pulizie per sostenere la famiglia e crescere i due figli. La querela è stata accompagnata dalle testimonianze dei ragazzi, oggi adulti, e di alcuni loro amici.
Tre tentativi prima della denuncia
La prima volta la donna si era rivolta a un pronto soccorso dopo un’aggressione, ma non era stata attivata una segnalazione alle forze dell’ordine. In seguito aveva cercato aiuto dai carabinieri, ma le era stato detto di tornare in un altro momento per la mancanza di personale. Terrorizzata dal marito e provata da anni di violenze, non era più rientrata in caserma.
Il terzo tentativo è arrivato nel 2024. La donna ha raccontato di vivere da circa 25 anni chiusa a chiave in una stanza con il proprio cane, per paura che il marito potesse aggredirla. Nella denuncia ha riferito minacce di morte ripetute, oltre a episodi di violenza fisica avvenuti negli anni: pugni, schiaffi, calci e un’aggressione con un telefono lanciato contro il volto.
Tra gli episodi ricordati figurano un’aggressione al braccio nel 1998, una fuga dalla casa di una parente nel 2000 e un colpo ricevuto al volto nel 2016. La donna ha inoltre riferito di essere stata nuovamente colpita negli ultimi anni. Il figlio ha descritto una famiglia costantemente in ansia, al punto da organizzare la cena evitando di stare a tavola con il padre.
La richiesta di archiviazione
Nel provvedimento, il pubblico ministero precisa che non ci sono ragioni per dubitare delle aggressioni riferite. Il problema, secondo la Procura, è che gli episodi non sarebbero stati descritti con un livello di precisione sufficiente a sostenere un’accusa per maltrattamenti in famiglia. Mancano, in particolare, date, orari, circostanze specifiche, referti e altri atti utili a ricostruire i singoli fatti.
L’avvocata Alessandra Lentini, nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione, sostiene invece che il caso non riguardi un singolo episodio, ma la ripetizione di condotte diventate parte della quotidianità. La violenza, secondo la difesa, sarebbe stata così frequente da essere percepita dalla famiglia come un’abitudine, rendendo difficile fissare nella memoria ogni singola aggressione con dettagli puntuali.
La vicenda riporta l’attenzione sulle difficoltà che molte vittime incontrano nel riconoscere e denunciare abusi protratti nel tempo. La donna ha spiegato di aver vissuto a lungo sensi di colpa e paura, arrivando a temere per la propria vita e per quella dei figli. Dopo la denuncia, ha detto di temere che tutto possa concludersi senza un processo, nonostante la decisione di rompere il silenzio e chiedere giustizia.