Una mattina iniziata con gesti ordinari e terminata con un’esplosione che avrebbe cambiato per sempre la vita della famiglia. È il ricordo portato da Giovanni Chinnici agli alunni della scuola secondaria di primo grado Carlo Levi di Borgaro Torinese, dove ha raccontato l’attentato mafioso costato la vita al padre Rocco il 29 luglio 1983.
L’incontro si è svolto al Teatro Italia ed è stato organizzato dall’Istituto comprensivo di Borgaro, guidato dalla dirigente Lucrezia Russo. Il confronto, coordinato dalla giornalista Francesca Capizzi, ha visto la partecipazione del prefetto di Torino Donato Cafagna, del questore Massimo Gambino e del comandante provinciale dei carabinieri, generale di brigata Gaspare Giardelli.
Il boato e la corsa tra le macerie
Giovanni Chinnici aveva 19 anni e aveva appena concluso il primo anno di università quando, nella casa di Palermo, sentì il padre uscire. Poco dopo arrivarono una forte vibrazione, il boato e il rumore dei vetri infranti dall’onda d’urto. In un primo momento non riuscì a comprendere cosa fosse accaduto, poi furono le grida della sorella Elvira a rivelargli la gravità della situazione.
I due ragazzi corsero giù per le scale. Al posto dell’androne trovarono macerie e una nube di fumo. L’esplosione aveva colpito via Pipitone Federico e provocato la morte di Rocco Chinnici, dei carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e del custode dello stabile Stefano Li Sacchi. Giovanni ha ricordato di avere cercato il padre tra la devastazione e di averne controllato il polso, sperando ancora che fosse vivo.
Davanti ai ragazzi ha spiegato di avere riflettuto a lungo prima di mettere per iscritto quei momenti, scegliendo infine di raccontarli perché le nuove generazioni conoscano ciò che la mafia era capace di fare. Del periodo immediatamente successivo conserva invece ricordi frammentari, in parte ricostruiti attraverso immagini, tra cui quelle del funerale e della presenza di Paolo Borsellino accanto al feretro.
L’eredità del magistrato
La testimonianza si è poi spostata dal dolore familiare al lavoro di Rocco Chinnici. Il magistrato aveva compreso che la condivisione delle indagini poteva rendere più difficile colpire il lavoro della giustizia. Da questa impostazione nacquero le basi del pool antimafia, nel quale operarono anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il percorso proseguì dopo l’attentato con l’apertura del primo maxiprocesso a Cosa nostra, il 10 febbraio 1986, e con la sentenza di primo grado del 16 dicembre 1987. Nel confronto con gli ospiti sono stati richiamati il valore delle indagini condivise e la collaborazione tra magistratura, forze dell’ordine e istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.
Giovanni Chinnici ha ricordato anche l’impegno del padre nell’incontrare gli studenti e nel parlare dei rischi della droga, in anni segnati dalla diffusione dell’eroina. Un esempio di educazione alla legalità ripreso dall’iniziativa di Borgaro, con l’obiettivo di trasmettere ai ragazzi memoria, consapevolezza e responsabilità civile.