Il Piemonte amplia la propria presenza nel comparto dell’olio extravergine. Il fenomeno riguarda ancora una produzione di nicchia, ma in espansione, sostenuta dagli inverni più miti, dalla ricerca di nuove opportunità agricole e dalla necessità di diversificare le attività delle aziende. Gli oliveti si inseriscono così in un paesaggio tradizionalmente associato ai vigneti, dalle colline torinesi alle Langhe, fino alle sponde del lago Maggiore.
La regione conta oggi circa 400 ettari coltivati a olivo, una trentina di aziende agricole e circa 900 proprietari di piante. La produzione stimata per il 2026 è di 160 mila bottiglie da mezzo litro. Il Consorzio per la tutela dell’olio extravergine piemontese, costituito nel 2007, riunisce 14 aziende. Per la stagione in corso si prevede inoltre un incremento della raccolta del 40% rispetto al 2025.
Dalle colline alle aree alpine
La coltivazione si è sviluppata inizialmente in Canavese, sulle colline torinesi e nel Monferrato, per poi estendersi al Pinerolese, al Saluzzese e alle Langhe. Oggi la presenza degli olivi interessa anche il Novarese, l’area del lago Maggiore e la Val di Susa. La scelta dei terreni resta decisiva: vengono privilegiate esposizioni a sud, superfici ben drenate e posizioni collinari, lontane dai fondovalle dove possono ristagnare umidità e freddo.
Altrettanto importante è l’individuazione delle varietà più adatte a sopportare le basse temperature e ad adattarsi alle condizioni locali. In Piemonte operano attualmente cinque o sei frantoi, mentre alcune aziende si rivolgono a strutture situate fuori regione, soprattutto in Liguria. La filiera è quindi ancora in una fase di consolidamento, con piccoli quantitativi e costi che possono arrivare a 25-40 euro al litro.
Clima, ricerca e diversificazione
Gli inverni più miti hanno favorito la salute delle piante e ampliato le aree potenzialmente coltivabili, ma il cambiamento climatico non elimina i rischi. Le gelate possono ancora compromettere gli impianti e richiedono una selezione accurata delle collocazioni. La ricerca sta inoltre ricostruendo la storia dell’olivicoltura regionale: studi condotti con l’Università di Torino e la Fondazione Agrion hanno individuato oltre 40 olivi secolari distribuiti sul territorio.
L’analisi del patrimonio genetico di queste piante punta a individuare cultivar locali. Di recente sono state registrate le prime due varietà piemontesi: Acaja, individuata nel Pinerolese, e Olivo del Castello, a Neive. La memoria storica della coltura è testimoniata anche da toponimi come Olivola, nell’Alessandrino, e Costigliole, interpretato come costa degli oli. Secondo Antonino De Maria, agronomo impegnato nella rinascita olivicola regionale, fino al Cinquecento gli olivi erano più numerosi delle viti; le successive condizioni climatiche favorirono poi la viticoltura.
L’interesse coinvolge anche alcune aziende vitivinicole, soprattutto nelle Langhe. L’olivo non viene però considerato un’alternativa alla vite, bensì un’integrazione del reddito agricolo. Gli impianti richiedono infatti cinque-otto anni per entrare in produzione e circa dieci anni per raggiungere raccolti economicamente significativi.
Resta da costruire il mercato. I produttori devono conquistare consumatori abituati ad associare l’olio alle regioni liguri, toscane e del Centro-Sud. Tra gli strumenti allo studio c’è una legge regionale sull’oleoturismo, mentre il comparto guarda al possibile riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta. Il recupero degli oliveti può inoltre incidere sul paesaggio e sulle attività turistiche, affiancando alla produzione agricola una nuova componente dell’identità territoriale piemontese.