Misure cautelari

Violenza nel minimarket, la Procura chiede il carcere per il 42enne

L’indagato è accusato di due episodi ai danni di una minorenne e di una donna adulta; decisione entro venti giorni

Violenza nel minimarket, la Procura chiede il carcere per il 42enne

La Procura di Torino ha chiesto il carcere per il commesso di 42 anni indagato per due episodi di violenza sessuale avvenuti il 28 agosto all’interno di un minimarket. Il primo avrebbe riguardato una donna adulta; pochi minuti dopo, secondo l’accusa, l’uomo avrebbe abusato di una tredicenne. Il tribunale del Riesame è chiamato a valutare l’appello presentato dai pm contro la decisione del gip, che aveva scarcerato l’indagato due giorni dopo il fermo disponendo per lui l’obbligo di firma.

La richiesta della Procura

Nell’atto firmato dalla pm Eleonora Sciorella, con il coordinamento del procuratore Giovanni Bombardieri, l’accusa ribadisce l’esistenza di un concreto pericolo di reiterazione e di fuga. Per i magistrati, la contestazione di due delitti dello stesso tipo nell’arco di circa mezz’ora evidenzierebbe un impulso sessualmente molesto apparentemente non controllabile, ritenuto incompatibile con la possibilità di continuare a lavorare in un esercizio aperto al pubblico.

Secondo la Procura, il mantenimento della libertà esporrebbe a rischio le clienti del negozio, comprese eventuali minorenni. Il luogo di lavoro, osservano i pm, consentirebbe infatti all’indagato di entrare nuovamente in contatto con un numero potenzialmente molto elevato di donne. Per questo il carcere viene indicato come l’unica misura ritenuta idonea a prevenire la ripetizione delle condotte contestate e a tutelare le potenziali vittime.

Il rischio di fuga e le contestazioni alla misura

Nell’appello viene inoltre sottolineato il rischio che l’uomo possa allontanarsi dall’Italia dopo aver saputo dell’esistenza del procedimento penale. La Procura richiama l’assenza di una residenza anagrafica, la natura non regolare e potenzialmente non stabile dell’attività lavorativa e la disponibilità di risorse economiche che, secondo gli inquirenti, potrebbero consentirgli di raggiungere il Bangladesh.

I pm evidenziano anche che l’indagato non avrebbe in Italia vincoli affettivi tali da impedirgli di lasciare il Paese. Per l’accusa, l’obbligo di firma è quindi una misura inadeguata, perché non ostacolerebbe un eventuale ritorno sul posto di lavoro né impedirebbe la reiterazione dei fatti.

La Procura riconosce che l’ordinanza del gip ha ritenuto sussistente la gravità indiziaria, richiamando le dichiarazioni della minorenne e i riscontri forniti dalle immagini delle telecamere di sorveglianza del minimarket. Accusa e giudice concordano inoltre sul mancato riconoscimento dell’attenuante prevista dall’articolo 609 bis, ultimo comma, in considerazione della particolare vulnerabilità della vittima, appena adolescente. Il collegio del Riesame, composto da tre giudici, ascolterà accusa e difesa e potrà decidere sulla richiesta entro venti giorni.